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L'angolo delle riflessioni
Il Mezzogiorno è autonomo ma i diritti vanno tutelati
di Osvaldo Cammarota
da La Repubblica – Napoli del15 luglio 2011
C'è un Mezzogiorno che vuole reagire alla crisi scrollandosi di dosso il marchio dell'assistenzialismo.
E' quel Sud di governo fatto da Sindaci, Imprenditori, Sindacalisti, Dirigenti associativi, Funzionari pubblici, Professionisti che da oltre un ventennio non si stanca di fare coesione per competere, di elaborare progetti e programmi più rispondenti alla effettiva domanda di sviluppo dei territori e delle comunità meridionali.
E' un capitale umano che ha profondamente compreso di dover mettere in gioco sè stesso. Non ha mai fatto affidamento su illusori aiuti assistenziali. Ha impegnato proprie risorse, creatività ed intelligenza per organizzare e promuovere le risorse endogene dei propri territori, tanto retoricamente celebrate quanto sostanzialmente ignorate.
Questo Sud di governo è scarsamente conosciuto e malamente rappresentato.
Non si spiega diversamente la facilità con cui il Governo nazionale distrae le risorse che competono al Mezzogiorno e addirittura ha difficoltà a svincolare dal Patto di stabilità le quote di cofinanziamento nazionale che servono per attivare il flusso di risorse comunitarie.
Come è possibile che la nostra classe dirigente non sappia spiegare, al paese intero e all'Europa, che nel Mezzogiorno non potrà esserci nessuna stabilità se non si assicurano i più elementari diritti di accesso al sapere, alla libera impresa, alla mobilità, ... e a quant'altro può portare la nostra società a livelli minimi comparabili con le civiltà più avanzate?
Certo, una risposta è nella vicenda elettorale al Comune di Napoli: le strutture tradizionali di rappresentanza politica non sono in grado di assolvere alla loro funzione. Ma non possiamo soffermarci in sterili polemiche. Occorre recuperare, quantomeno in capo alle istituzioni di governo democratico, quella forza e capacità di rappresentanza che i partiti hanno smarrito.
Ciò richiede innanzitutto una prova di coraggio e umiltà da parte di chi governa la Regione, le Province e i Comuni. Richiede anche che, in quel che resta dei partiti, si superi la deriva litigiosa e inconcludente che li ha portati al disastro, al loro interno e tra essi.
Ma quel che più conta è che la società regionale, nel suo insieme, compia uno sforzo più corale di coesione e competitività, produca idee, programmi, progetti affrancati da culture e pratiche di tipo assistenziale.
Le ragioni per cui occorrono misure urgenti per lo sviluppo dei nostri territori devono essere elaborate e promosse in maniera così efficace da far comprendere persino alla Lega Nord che hanno una valenza prioritaria per il Paese intero, pari agli obiettivi della stabilità finanziaria.
Di questo ha discusso Legautonomie della Campania, insieme agli altri attori del Partenariato regionale, per mettere a fuoco una strategia operativa di reazione alla crisi.
Il sistema delle Autonomie Locali deve essere la spina dorsale in cui innervare il vitalismo produttivo di cui è capace il nostro capitale umano, il luogo naturale di ascolto e di accoglienza delle istanze di partecipazione della società regionale. Ma per far questo è necessario che i Comuni stessi diventino soggetti attivi di riforma-azione di quell'intricato groviglio burocratico e dannoso che è diventata la Pubblica Amministrazione in Campania.
Governare il cambiamento
di Osvaldo Cammarota
da La Repubblica Napoli del 10 giugno 2011
Molti interventi nel dibattito in corso sono densi di analisi e suggerimenti affinchè, questa terza primavera degli ultimi trent'anni di Napoli, dia finalmente i frutti auspicati.
Vi è convergenza corale nel sostenere la necessità di dare attuazione al principio comunitario della Partecipazione. Con diverse e condivisibili argomentazioni, Villone suggerisce una solida architettura di partecipazione permanente e non occasionale (Repubblica 1/6); D'Antonio propone che si costituisca una specie di CNEL (Repubblica 4/6); Zoppoli ribadisce che occorre prioritariamente attivare il cittadino collettivo (Repubblica 7/6).
In effetti questa terza primavera testimonia che a Napoli resiste un Capitale Sociale territoriale capace di reagire, non più disposto a delegare al buio le scelte sul proprio destino. Altro che antipolitica. De Magistris ha interpretato questa forte domanda di partecipazione al governo della polis, ne è legittimamente orgoglioso e ne ha assunto l'onere.
E' un onere impegnativo, perché la domanda di partecipazione che esprime la società moderna è spesso alimentata da legittimi fattori soggettivi e particolaristici. C'è il rischio di assecondare una tendenza alla frammentazione dei problemi, già aggravati dalla frantumazione dello Stato e dallo smarrimento del principio di bene comune nell'agire di un sistema pubblico eccessivamente settorializzato. Questi fenomeni non aiutano a capire le connessioni e le interdipendenze che esistono nella società densa e complessa del nostro tempo e nella nostra città. Ancor meno aiutano ad individuare efficaci chiavi di soluzione.
Credo che il lavoro da svolgere sia di costruire coesione nella ricca e articolata composizione sociale che a Napoli, con ammirevole tenacia, continua a dare consenso a chi mostra di comprendere la sua domanda di innovazione. E' un Capitale sociale che già da anni offre generosamente la propria creatività ed intelligenza a chi promette buongoverno. Questa complessità è ricchezza. Merita, finalmente, di essere accolta, selezionata con criteri di merito, valorizzata e accompagnata verso esiti coesivi, tali da assumere una forza sufficiente a poter competere con altri territori europei, meno ricchi ma più organizzati.
Negli anni successivi alla chiusura della Cassa per il Mezzogiorno, in molte parti dell'Italia meridionale, si è dimostrato che questo è possibile. A macchia di leopardo, laddove le comunità e le società locali hanno correttamente attuato i principi comunitari di Partecipazione, Concertazione, Integrazione, Sussidiarietà, sono stati raggiunti risultati misurabili in termini di sviluppo inclusivo. Numerose ricerche lo attestano.
Servono, per questo, luoghi fisici e strutture organizzate, professionalizzate nella particolare abilità di ascoltare i cittadini e i loro bisogni, accoglierne le proposte e tradurle in progetti concreti, adeguati e sostenibili nelle condizioni ambientali, sociali ed economiche del contesto di intervento. Si possono così fare tanti progetti, corrispondenti ai molteplici bisogni della società moderna. Se ispirati alla medesima filosofia del fare coesione per competere, possono contribuire a ridare senso e ricchezza al bene comune.
Non si tratta, dunque, di smacchiare il leopardo. All'opposto è auspicabile che le "macchie bianche" delle esperienze di partenariato e concertazione per lo sviluppo ricostruiscano la "nuova pelle" di cui ha bisogno l'indomita creatività e voglia di riscatto delle comunità napoletane e meridionali.
